La Rabbia di Esistere

Lo “stile” di patto educativo nei CAG di periferie urbane complesse da me attuato in questi anni, nasce dalle mie più personali esperienze. Il consolidamento operato, poi, dal “lavoro sul campo” mi ha spinto ad una riflessione sulla storia, sulle modalità e sulle ragioni di scelte di metodo, da me effettuate per accompagnare alla crescita i minori e i giovani. “Mickey mouse” o, più semplicemente, Topolino.

Questo il nome di un garage che, con strumenti semplici ed artigianali, si è trasformato nell’unica discoteca di una località della Calabria. Un locale, un centro di aggregazione giovanile, di fatto, la cui esperienza ha continuato ad accompagnarmi in tutto il percorso formativo: dalla scuola di animazione socio-culturale al master post laurea in criminologia critica, prevenzione e sicurezza sociale. Un gioco tra ragazzi adolescenti, che mi ha permesso, tra il 1978 e il 1982, di fare un’esperienza di aggregazione giovanile da protagonista. Tanti ideali, tanta passione, tanto lavoro e tanti rischi. Il sogno di fare un luogo di incontro per i giovani. La passione per la musica ed il ballo che creano momenti di aggregazione attraverso la musica e non solo. Ci trovavamo in uno spazio nostro nel quale sperimentare e far sperimentare i ragazzi della città. I CAG non esistevano in Calabria e quella è stata un’esperienza positiva di ritrovo che ancora oggi viene ricordata da molti miei coetanei. Locale come ritrovo per ballo, musica, giochi da tavolo ed altro. Talvolta, ma forse troppo spesso, aperto al mattino per gruppi classe che affittavano il locale per le feste. Ogni sciopero e non solo, era un momento di ritrovo. Normalmente aperto al pomeriggio per svago, scambio o Spazio Aperto di sperimentazione. La sera, normalmente al sabato, per feste musicali. Una sperimentazione passata anche attraverso la creazione di una radio del quartiere, costruita “alla buona” ma efficace. Tanto lavoro: perché alla lunga il “gioco” è diventato un impegno complesso per dei ragazzi ormai maggiorenni con nuovi bisogni e nuove mete. Tanti rischi, soprattutto nell’ultimo anno di attività, durante il quale un gruppo maschile di giovani e rampanti ragazzi, avviati alla carriera deviante, hanno modificato il clima del “gioco” rendendolo teso e poco rassicurante. Il loro gioco di potere, ben celato, fino ad inserirsi nella nostra storia, era un presenziare, controllare e dividere le relazioni interne. Ogni scusa era buona per organizzare una rissa, per manifestare la loro “forza”. Uno di quei baldi ragazzi è oggi uno dei pochissimi pentiti di ‘ndrangheta. Per questo e perché eravamo cresciuti, l’esperienza del locale si concluse.

Cantù. 1990-1991. Progetto di prevenzione primaria del disagio giovanile e delle tossicodipendenze promosso dalla Cooperativa Cetera per il Comune di Cantù (CO). Tanta ambizione progettuale ed un accompagnamento ben fatto dall’équipe nella quale ero inserito. Eravamo in supervisione con il Dott. Carlo Galimberti, allora giovane psicologo collaboratore del Dipartimento di Psicologia dell'Università Cattolica di Milano.

Organizzavamo anche seminari di studio sulla valutazione del lavoro sociale con docenti come il Dott. Francois Le Poultier, docente di Psicologia Sociale all'Università dell'Alta Bretagna a Rennes (Francia) e il Dott. Giuseppe Scaratti, psicologo collaboratore del Dipartimento di Psicologia dell'Università Cattolica di Milano. Purtroppo oggi, troppo spesso, nei servizi rivolti all’aggregazione giovanile, non si fa adeguatamente supervisione ed accompagnamento alla prassi operativa/educativa.

Di quell’esperienza svolta sia in sede, come luogo di aggregazione, sia di educativa di strada, non posso dimenticare la seconda parte. Addentrarsi per le vie della cittadina ed incontrare i giovani nel quartiere popolare, tra dormitorio e ghetto… Case più o meno abbandonate al loro destino (come i loro abitanti), sede di residenza di troppi nuclei in difficoltà. Era uso dei carabinieri, dopo le rapine in zona, arrivare e prelevare qualche giovane. Tanta sfiducia nelle Istituzioni e scetticismo verso coloro che arrivavano nel loro rione. Dopo i primi contatti, con l’aiuto di una volontaria che conosceva molte famiglie della zona, siamo riusciti in breve tempo ad essere accettati. Anche un lavoro apparentemente semplice, come la sistemazione del loro habitat naturale, diventava un successo. Ragazzi che ripulivano gli spazi comuni ed i giardini, ridotti ad immondezzai, con panchine fatiscenti ed arrugginite, segno di abbandono ed incurie, che diventavano strumenti di relazione. Dopo un mese di lavoro, fatica e rischi, ci siamo trovati, con la mia collega volontaria, a coinvolgere un gruppo di circa 25 giovani ed alcuni adulti che si avvicendavano nella sistemazione e nella pulizia del loro luogo di vita, muniti solo di una cassetta di attrezzi, pennelli e colori. Qualche ragazzo è stato accompagnato all’inserimento in comunità terapeutica per dipendenza da sostanze stupefacenti. Quale patto in una situazione di degrado, abbandono e sfiducia nel mondo? Con semplicità, senza diventare invadenti, è stato bello, interessante ed utile poter intervenire e risvegliare i giovani verso la loro vita, i loro desideri, orientarli sul piano scolastico e professionale, verso nuovi percorsi di vita più sani e costruttivi, insegnando loro il valore dell’avere cura di sè. Il giardino di quelle povere case popolari era, alla fine, grazie al loro impegno, ripulito e le panchine erano tutte colorate.

Paullo. 1994. Tra il Comune e la Cooperativa Milagro abbiamo concordato come avviare il CAG con un gruppo di ragazzi che avevano l’ambizione di autogestire uno spazio per accordi presi con l’Amministrazione comunale. Le loro aspettative sono state coniugate e perseguite con un patto educativo non scritto ed in pochi mesi il CAG ha preso forma riempiendosi di ragazzi e ragazze e di giovani volontari che frequentavano per svolgere delle attività non solo strutturate. Il CAG Odissea, così denominato da un concorso di giovani, esiste ancora oggi.

Buccinasco. 1994-2010. Un periodo lungo e difficile da sintetizzare, per innumerevoli circostanze. Cercherò di soffermarmi sulle motivazioni della nascita e sulle modalità di applicazione del patto educativo, nella conduzione del CAG. Nell’anno di avvio abbiamo creato i presupposti per il patto educativo non solo con i giovani del CAG ma con i referenti del terzo settore presenti sul territorio, creando le politiche giovanili. Nei primi mesi, con la mia collega, abbiamo iniziato a conoscere i giovani che frequentavano il servizio ed il territorio di inserimento. Un gruppo di circa quaranta ragazzi con comportamenti, in alcuni casi, molto vicini a quelli presentati nell’esperienza calabrese, semplicemente più “organizzati” ed in “carriera” o come direbbe E. Sutherland nella “teoria dell’associazione differenziale”, con comportamenti in alcuni casi di tipo “avventizio” ed in altri di tipo “sistematico”, con già evidente esperienza di organizzazione criminale. Quindi, cambiava la regione ma i comportamenti erano molto simili. Simili al punto che, dopo aver sollecitato e spiegato all’Assistente Sociale che alcuni ragazzi potessero avere dei precedenti, la stessa decide (finalmente) di dichiarare che quattro tra i nominativi segnalati con richiesta di confronto e chiarimento, erano minori sotto tutela con decreto emesso a causa di estorsione. Con la chiarezza dovuta, abbiamo proseguito il lavoro delicato e, troppo spesso, di controllo e di tutela della struttura. Una cascina con al piano terra il CAG, al piano superiore la Biblioteca comunale ed intorno un parco con parcheggio: neanche Gardaland avrebbe potuto essere più divertente per molti di quei ragazzi. Ed allora via a tutte le prove possibili, spadinare ed aprire o sbloccare serrature di motorini e di auto per far suonare l’allarme, danni ed atti vandalici verso la sede ed, infine, da citare, una biscia d’acqua, viva, portata al CAG in dono alla mia collega. L’atto finale per le dimissioni dall’incarico. Alcuni di quei ragazzi, avevano in corpo la rabbia di esistere. Conoscendoli, si evidenziava sempre di più attraverso i racconti delle loro storie di vita. In questi casi è importante esserci, non allontanarli alla prima sregolatezza, continuare sempre a rimanere propositivi, costanti, coerenti e credibili, senza mai subire o sottomettersi, mantenendo un ruolo giocato in modo “caldo” e proponendo sempre un piano di relazione utile per il loro futuro. Non bisogna meravigliarsi per i loro insuccessi o agiti negativi su cui tentano di costruire una carriera illegale ma stupirsi di ogni gesto positivo, anche minimo e rinforzarlo. Tra illegalità e legalità, le domande che ci siamo posti in équipe, davanti a questo stile di vita dei frequentatori, sono state:

1 - Quali sono le condizioni che favoriscono il consolidamento di comportamenti di illegalità, devianza, criminalità organizzata?
2 - Come possiamo far nascere e rafforzare il concetto di legalità?. Dopo un periodo di osservazione e di intervento, siamo partiti dal costruire la risposta alla seconda domanda.

In termini di prevenzione e di legalità è importante mantenere un approccio con i giovani, nel quale dare sempre e comunque, nonostante tutto, un’opportunità di scelta ed esempi positivi. Frequentavano il CAG anche ragazzi allontanati o deprivati da tutti e da tutto: da genitori troppo spesso detenuti o deceduti, dalla scuola, ma fondamentalmente dagli affetti. Questa è stata la forza del contatto, l’affetto. Saper stare davanti ai loro sguardi spesso crudi e mascherati e scoprire fragilità, debolezze, bisogni umanissimi di ognuno. Come previsto nella teoria delle opportunità differenziali di Cloward e Ohlin, potremmo parlare di una subcultura criminale, ma questo ci allontana dal focus-patto educativo e rischia di essere solo una stigmatizzazione del problema. Avere il cognome del padre, magari detenuto, non deve condurre il figlio a ricercare l’immagine o l’identità del genitore e subirne le conseguenze ma, al contrario, a ricercare nuove modalità di affrontare la vita. Gli operatori devono, nel loro mandato, verificare e proporre nuove strade ed educarli alla vita. Non sempre queste sono le scelte, ma è un’altra storia. Bisogna provarci. Questi i fatti, il vissuto, la realtà. Ora si può concludere cercando di definire la prassi adottata.

Abbiamo creato un patto educativo, scritto, basato sui seguenti strumenti:
1. un foglio statistico nel quale si profilava il nucleo familiare. Non potevano dare, come accadeva di solito, false generalità e bisognava allegare la fotocopia della carta d’identità
2. un foglio regolamento con poche e chiare regole di convivenza civile. Cosa possiamo fare, cosa non possiamo fare e con quali conseguenze
3. la tessera del CAG creata annualmente con il contributo dei ragazzi

Il colloquio di tesseramento veniva portato avanti in modo flessibile, con coloro che iniziavano a frequentare e a conoscere il servizio con comportamenti idonei ad un luogo educativo, rigido al bisogno, nei casi in cui era necessario mettere subito in chiaro che potevano entrare in un contesto di legalità solo accettandone le regole di convivenza di base. Questo tipo di impostazione del patto educativo ha permesso al CAG di svilupparsi e di incontrare, con le variazioni del caso, diverse generazioni di giovani.

Il passaggio successivo è stato, poi, coniugare questa scelta di legalità, opportunità e costruzione di sicurezza sociale ed urbana, con una sinergia costituita dall’insieme dei progetti:
1. CAG, con le attività differenziate per ragazzi/e tra gli 11 ed i 22 anni
2. Agorà, www.risorse-sociali.it rete delle risorse sociali del territorio composta da Associazioni culturali e sportive, comitati genitori e di quartiere, Oratori, Scuole, Cooperative
3. Sportello Lavoro - Politiche Attive del Lavoro, rivolto a cittadini residenti di età compresa dai 14anni in su: orientamento scolastico-professionali, bilanci di competenza, stesura di curriculum vitae, inserimento in tirocinio, tutoring educativo, accompagnamento alla ricerca attiva, scouting aziendale A questo punto non ho timore di affermare che per prevenire, ostacolare, contrastare la diffusione della cultura delinquenziale o mafiosa sia necessario attivare strategie di promozione sociale sviluppate attraverso la partecipazione del maggior numero possibile di cittadini, attraverso gruppi, associazioni culturali e sportive, scuole, oratori, comitati di genitori, comitati di quartiere, cooperative sociali, aziende ed artigiani i quali, supportati dal sostegno serio e costante delle amministrazioni locali, possano essere in grado di dotare il territorio di una forte identità utile come riferimento collettivo. Identità che deve essere trasmessa alle nuove generazioni secondo modalità, azioni, attività idonee per essere recepite correttamente. L’“Agorà cittadina” deve sostenere la crescita dei più giovani imparando ad ascoltare, accogliere, gestire, collaborare e dare senso a quei tipici aspetti adolescenziali che incutono timore e paura nel mondo adulto; sviluppando così un’opportunità educativa fatta di pensieri e azioni concrete, spazi e luoghi dove la sperimentazione adolescenziale si trasformi, anche, nella realizzazione di possibili percorsi di sicurezza sociale e l’attenzione verso i compiti, i problemi, i sogni e i desideri del mondo giovanile, costituisce il primo passo per formare una società in grado di ri-generarsi e in cui il divario generazionale venga azzerato e il concetto di bene comune sia compreso per il reale e importante significato che ha, ossia quello di portare benessere a ciascuna individualità. I percorsi di sicurezza sociale diventano così un’arma in grado di indebolire la mafia poiché le esigenze adolescenziali vengono capite dal mondo adulto che non si spaventa, ma accetta e accompagna i giovani nella loro crescita rompendo così quel circolo vizioso fatto di incomprensioni, controllo, etichettamento, punizioni sempre più severe, che aumentano la trasgressione e risultano tanto utili e apprezzati per il reclutamento criminale e mafioso. Con riferimento a poche, ma indispensabili, regole si avvia un confronto per capire quale direzione/progetto sia più adeguato per rispondere ai bisogni specifici del singolo adolescente tenendo in considerazione anche le necessità del mondo adulto. Il tutto tramite una relazione, che preveda un dialogo aperto, proficuo e partecipato. Detto questo, non si può non appurare il divario che separa la teoria dalla realtà, soprattutto nell’attuale momento storico contraddistinto da individualismo, consumismo, mancanza del senso del limite e perdita di valori comuni condivisibili. Il compito delle figure educative risulta, oggi, sempre più faticoso e complesso. Nonostante ciò, l’unione e la collaborazione delle risorse positive presenti in un territorio, rappresenta una possibilità tangibile di prevenzione e di cambiamento per ribadire che il bene comune è il bene di tutti e non può essere il dominio di nessuno. Interessarsi ai giovani, all’ambiente, alla diffusione e alla produzione di cultura sono sintomi di una società vitale che tiene al proprio futuro. Fondamentale la consapevolezza di percorrere una strada complessa, ardua e in controtendenza: complessa per il semplice fatto di lavorare per e con le persone; ardua in quanto, probabilmente, le “sconfitte” e i “fallimenti” saranno molto più numerosi e ricorrenti dei timidi e tanto attesi risultati positivi. Ma almeno si tratterà di una strada libera dove ognuno potrà essere protagonista e partecipe di un percorso fortemente motivato. Come ho scritto sul sito del Progetto Agorà, “ci vuole tutta una città per far crescere un Bambino”

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